Senza categoria

Sei fissato con i muscoli? Leggi qui!

Postato il

bodybuilder-331670_960_720La mascolinità è un concetto socialmente determinato che si è strutturato diversamente a seconda delle epoche e delle culture. Per semplificare molto, si potrebbe dire che si è passati da un concetto di uomo tradizionale, ad un uomo che può permettersi di mostrare la sua sensibilità, che si prende cura della famiglia e che da anche molta più attenzione alla cura estetica, non più esclusiva della donna. Il corpo oggi, più che in passato, diventa un veicolo di espressione e di affermazione nella società. Molte persone, solitamente maschi, a seguito di tali cambiamenti hanno sviluppato una vera e propria ossessione per il corpo, chiamata  vigoressia. Tale patologia porta la persona che ne soffre a percepirsi troppo magra, anche quando visibilmente  muscolosa e allenata. La fissazione sui muscoli porta l’individuo a trascorrere gran parte della propria giornata in palestra, anche durante le ferie o le feste. È presente la ferma convinzione che si è tanto maschi, quanti più muscoli si possiedono. La persona che soffre di vigoressia cerca quindi la costruzione della propria virilità e mascolinità  attraverso la pratica sportiva nelle palestre, con l’uso di sostanze anabolizzanti.e con il cibo.
La dieta alimentare del vigoressico è volta a perfezionare il proprio corpo. È quindi limitata, estremamente selettiva ed ossessiva. Ove ci siano strappi alla regola, sono accompagnati da un gran senso di colpa, a cui la persona porrà rimedio con un aumentato esercizio fisico. A questo stile di vità “salutista” sia associa un utilizzo di sostanze anabolizzanti, a volte illegali. Nonostante  tutti gli sforzi, il soggetto vigoressico, non è mai soddisfatto della propria forma fisica e si vede sempre troppo magro. Secondo il DSM-5, manuale dei disturbi mentali, la vigoressia è un sottotipo del dismorfismo corporeo, ovvero la patologia che viene individuata in base alla presenza di diversi criteri: una preoccupazione per uno o più difetti o imperfezioni percepiti nell’aspetto fisico che non sono osservabili o appaiono agli altri in modo lieve; sono presenti comportamenti ripetitivi (come guardarsi allo specchio, curarsi eccessivamente del proprio aspetto o cercare rassicurazione) o azioni mentali (come confrontare il proprio aspetto con quello degli altri) in risposta a preoccupazioni legate all’aspetto. Ad oggi è un disturbo ancora poco studiato e conosciuto ma lo si può individuare osservando tre aspetti: l’evitamento sociale, ovvero con quanta frequenza la persona eviti le attività sociali, scolastiche o lavorative a causa della preoccupazione per l’aspetto esteriore; il tempo, ovvero quante ore al giorno la persona impiega per prepararsi atleticamente con l’intento di migliorare il proprio aspetto fisico; la dieta e altre pratiche, ovvero se la persona segua una dieta precisa e la abbini a integratori alimentari allo scopo di migliorare l’aspetto fisico oppure quanto la persona spenda al mese per acquistare i cibi giusti, altre sostanze, i vestiti o l’attrezzatura sportiva.

Il male del secolo

Postato il Aggiornato il

flashlight-924099_960_720

La depressione è il male del secolo. È una sofferenza che travolge un gran numero di persone soprattutto nei paesi occidentali e sviluppati. Molte persone che leggeranno questo articolo si ritroveranno in quello che c’è scritto, ma pochi forse hanno avuto il coraggio di chiedere aiuto a qualcuno o di spiegare quello che sentono. La depressione porta la persona ad essere invasa da un senso di tristezza e dolore costante dove niente riesce a smuovere energie positive. Le giornate sembrano tutte uguali, la voglia di vivere o semplicemente di fare delle attività durante la giornata va scemando sempre di più fino a che non insorge quel senso di apatia difficilissimo da sconfiggere perché si innesca un circolo vizioso dove la non voglia, l’incapacità di provare piacere e la mancanza di energia si alimentano l’una con l’altra. Chi è depresso ha lo sguardo spento, ha difficoltà a svolgere qualsiasi tipo di attività quotidiana, oppure le svolge ma lo fa in maniera meccanica. Queste persone spesso possono provocare negli altri un senso di irritazione e di fastidio perché chi non è depresso non può spiegarsi come è possibile essere così passivi di fronte agli eventi della vita, non può riuscire a comprendere la reale sofferenza di queste persone che molto spesso diventano loro stesse irritabili e aggressive aumentando ancora di più le difficoltà di relazione con chi sta loro accanto. Molte coppie decidono di separarsi perché uno dei due coniugi non riesce a gestire e tollerare i comportamenti del partner depresso, perché tali relazioni mettono sicuramente alla prova anche l’amore più forte. È difficile mettersi nei panni di chi soffre, ma sembra non volere aiuto, però è indispensabile farlo se vogliamo essere di aiuto ai nostri cari. Proviamo a pensare di passare solo un giorno intero con i sentimenti che prova una persona depressa. Basta pensare a quando abbiamo una giornata storta, a quando siamo giù di morale. Questo capita certamente a tutti. Allora pensiamo se quella giornata storta durasse di più. Giorni. Mesi. A volte anni. La maggior parte di noi non riesce a tollerare neanche il pensiero. Allora non giudichiamo e aiutiamo queste persone. Chi soffre non ha piacere nel farlo e aspetta solo qualcuno che gli tenda una mano, per fargli vedere un po’ di luce e uscire da buio.

 

L’elaborazione del lutto nei bambini

Postato il

 

lonely-604086_1920La morte di una persona cara è un evento che prima o poi tutti sperimentano nella vita e ad ogni età essa è fonte di grande dolore, ma per i bambini può essere ancora più complicato.  La comunicazione ad un bambino della morte di una persona amata, ma anche di un animale domestico, mette a dura la prova gli adulti che vorrebbero sempre evitare ai bambini ogni forma di disagio emotivo. Bisogna quindi innanzitutto maturare la convinzione che non si può evitare il dolore al bambino, ma bisogna aiutarlo a superarlo nel migliore dei modi. Quando un bambino subisce un lutto, perde anche una figura fonte di sicurezza e protezione ed è ciò che non dobbiamo far si che venga a mancare perché il bambino continui a sentirsi amato e sicuro.

Come primo passo è necessario spiegare al bambino cosa sia la morte, accostando ad essa il concetto di irreversibilità, con termini chiari, concisi e adatti alla sua età. Per rendere la spiegazione più comprensibile al bambino si possono utilizzare riferimenti ed esempi lui familiari come la morte di un cane o di un gatto che conosce, un cartone animato ecc., accertandosi sempre che il bimbo abbia capito e lasciandogli aperta la possibilità di porre domande in qualsiasi momento lui voglia.

Un errore che si fa spesso é cercare di cancellare il ricordo nel bambino della persona deceduta. Invece è importante prendere delle fotografie, ricordare degli eventi piacevoli, parlare con il bambino della persona in modo che lui si sentirà libero di potersi esprimere. Parlare liberamente del lutto dà il senso al bambino che esso è qualcosa che si può affrontare e superare. Il bambino deve essere quindi coinvolto anche nel funerale, spiegando bene in cosa consiste per fargli avere una maggiore sicurezza nell’affrontare la situazione.
L’elaborazione del lutto ha diverse fasi, anche per l’adulto. In un prima fase prevale il disorientamento, poi subentra il senso di paura e di minaccia, successivamente si entra nella fase della disperazione e della sensazione di non poter essere aiutati da nessuno, infine si passa alla fase del ricordo e si avvia la conclusione dell’elaborazione del lutto. A volte capita di non terminare il percorso perché il soggetto disperato che non può chiedere aiuto, torna alla fase precedente dove prevale la paura, ma almeno può chiedere aiuto a qualcuno. Cosi facendo si “incastra” nelle due fasi intermedie e non riesce ad andare avanti, sviluppando dei sintomi precisi. Nel caso dei bambini si dovrà chieder aiuto ad un professionista quando manifesterà  sintomi come  profonda  apatia e mancanza di interessi, problemi di alimentazione e del sonno,  imitazione della persona deceduta e desiderio fisso di raggiungerla, rifiuto della scuola, comportamenti aggressivi, somatizzazioni fisiche (ad es. mal di pancia, mal di testa) , regressioni (ad es. voler essere imboccati, dormire nel letto dei genitori, paura del buio, urina nel letto), paura che i cari possano morire o ammalarsi.

L’importanza dell’empatia nelle relazioni

Postato il

hands-699486__180L’empatia è definita come la capacità di sintonizzazione emotiva con gli altri, ossia la capacità di mettersi nei panni dell’altro. È un abilità che ci consente di riconoscere i sentimenti e le emozioni degli altri come se fossero le nostre e ci permette quindi comprendere i punti di vista e le reazioni altrui. L’empatia è l’elemento alla base delle relazioni umane perché facilita l’interazione e la comprensione reciproca. Riuscire a comprendere e condividere un gioia, un dolore, un momento di rabbia altrui è una qualità molto importante per mantenere le nostre relazioni interpersonali.
Tutti sappiamo che l’uomo è “un’animale sociale” e necessita di avere relazioni diversificate, più o meno profonde per costruire e mantenere la propria personalità e identità. Prima fra tutte è la relazione dei genitori con i figli, ma anche quella con i partner o con gli amici sono di fondamentale importanza.
La capacità di empatizzare è stata ritenuta talmente fondamentale per l’essere umano che è stata oggetto di molti studi e ricerche scientifiche. In particolare tra gli anni ’80 e ’90 alcuni studiosi hanno messo in luce l’esistenza di specifici neuroni, i cosiddetti neuroni specchio, che si attivano quando osserviamo un’altra persona che compie un azione a noi nota e ci consentono di sapere cosa l’altro sta provando in un determinato momento. Come tutte le caratteristiche umane, l’empatia può essere più o meno sviluppata nei vari individui per vari motivi. Innanzitutto ci sono delle predisposizioni costituzionali alle quali si aggiunge l’influenza dell’esperienza e del contesto educativo. In poche parole c’è chi è più predisposto ad essere attivato dalle emozioni altrui e chi meno, ma questo dipende molto da come siamo stati abituati nell’infanzia e nelle esperienze successive a dare attenzione o meno agli stati emotivi altrui.
È importante sapere che molte relazioni, sentimentali e non, possono avere dei contraccolpi negativi quando l’empatia manca. Infatti è molto difficile che una persona che non si sente compresa, da un punto di vista emotivo, dall’altro (partner, amico, genitore, fratello ecc.) sia soddisfatta della relazione in corso e continui ad investire su di essa. Questo nella pratica si può tradurre in un interruzione del rapporto nel caso della coppia o dell’amicizia, o in un raffreddamento dei rapporti nel caso in cui ci siano legami che in genere non sono recidibili, come quelli genitoriali. Se volete quindi migliorare o mantenere i rapporti che ritenete importanti, siate sempre attenti ad essere empatici con le persone che non volete perdere.

Stress: impariamo a conoscerlo

Postato il

dLo stress è una reazione fisiologica e psicologica caratterizzata da uno stato di tensione e ansia, al  quale seguono manifestazioni negative che includono la sfera emotiva ed è determinato da un processo di valutazione e interazione dell’individuo con l’ambiente. Viene sperimentato quando le richieste esterne o interne al soggetto sono superiori alle risorse dell’individuo stesso facendo innescare una reazione biologica che si manifesta in tre fasi: la prima fase è quella di allarme dove si ha un aumento della pressione cardiaca, della tensione muscolare e si libera un maggiore quantità di cortisolo; segue la fase di resistenza, dove le risposte fisiologiche tentano di riportare il corpo in uno stato di equilibrio;  ultima è la fase di esaurimento, nella quale l’organismo non riesce più a reagire allo stimolo e compaiono le malattie dall’adattamento come le malattie psicosomatiche,  causate dall’attivazione prolungata del cortisolo che abbassa le difese immunitarie.  Possono comparire  una serie di disagi fisici ricorrenti come raffreddori, emicranie, mal di pancia. Gli effetti dell’esposizione  a lungo termine allo stress riguardano invece patologie come allergie, artrite reumatoide, asma, cefalea, emicrania, colite (colon irritabile, colite ulcerosa), disturbi della pelle, disturbi gastrointestinali, disturbi cardiovascolari.

Lo stress diventa fattore di rischio di malattia quanto più assume caratteri di cronicità ed alza notevolmente la probabilità di sviluppare uno tra i disturbi appena citati.  È  importante riuscire a gestire le fonti di stress , poiché incidono sul benessere fisico e psicologico, ma anche comprendere le sue dinamiche per fronteggiarlo. Sicuramente i fattori di stress non provengono solo da situazioni esterne ma anche da sentimenti ed eventi interni come le paure, preoccupazioni sul futuro etc. La valutazione che il soggetto fa dello stimolo e delle sue capacità di affrontarlo e le strategie di adattamento messe in atto per reagire, sono essenziali nel determinare il grado di stress percepito. Gli aspetti emotivi e cognitivi che caratterizzano la personalità del soggetto sono i fattori più determinanti della risposta allo stress. Rientrano nei fattori di vulnerabilità allo stress anche  la giovane età, il supporto sociale, eventuali  psichiatriche.
Ciò significa che, per affrontare gli stimoli stressanti, ognuno deve sviluppare delle abilità di fronteggiamento e le più facili da implementare sono le abilità del “pensiero”. Ovvero esistono percorsi psicologici e psicoterapeutici ad orientamento cognitivo-comportamentale che mirano a modificare i pensieri che non sono funzionali al nostro benessere, cercando di sostituirli con alcuni più sani e tutto ciò va a modificare la visone e la percezione che ognuno ha rispetto ad eventuali fonti di stress. L’obiettivo e quello di riuscire a ridurre la valutazione negativa di ciò che viene percepito come stressante e abolire di conseguenza il suo effetto negativo.

Shopping complusivo

Postato il Aggiornato il

download (1)

Le patologie psicologiche cambiano sempre insieme alla società, e si plasmano su di essa. Ciò significa che le forme di disagio personale sono sempre esistite ma si manifestano in maniera diversa a seconda del contesto. Oggi ci troviamo sempre più spesso a parlare di dipendenze da internet, da videogiochi e di shopping compulsivo. Quest’ultimo non è altro che una forma di discontrollo degli impulsi che porta l’individuo a comprare qualsiasi cosa, anche al di fuori delle proprie possibilità, per poter placare momentaneamente uno stato di angoscia interno.

Lo shopping compulsivo può diventare un problema molto grave e invalidante poiché determina gravi ripercussioni sulla vita sociale, lavorativa, familiare e coniugale, oltre alle inevitabili perdite finanziarie e all’importante portata di stress psicologico, di ansia, di depressione e di perdita di ogni controllo sulla propria volontà.

In realtà questo disturbo era stato identificato già più di un secolo fa, ma oggi si nota con più frequenza tra le persone, proprio perché la società attuale propone più occasioni per l’acquisto compulsivo. Quello che avviene attraverso lo shopping  è un processo di compensazione che provoca un senso di riempimento transitorio rispetto ad una sensazione di vuoto interiore. La funzione dell’acquisto è quella di alleviare uno stato depressivo sottostante di cui il soggetto non sempre è consapevole. Nel momento dell’atto compulsivo si esperisce una sensazione di piacere, ma che è presto scansata dal senso di colpa per la spesa effettuata che aumenta quindi in seguito il vissuto depressivo. Questo comportamento è  pero molto difficile da interrompere perché le persone si trovano costantemente in situazioni dove è possibile comprare qualcosa (soprattutto chi vive in città).

Chi è affetto da dipendenza da shopping afferma di sentirsi assalito dal bisogno urgente di comprare, che lo costringe a mettere in atto il comportamento, dettato da un impulso irrefrenabile e intrusivo

Questo disturbo è assimilabile a qualsiasi altro tipo di dipendenza poiché presenta i fenomeni del craving, cioè dell’incapacità di controllare l’impulso a mettere in atto il comportamento dannoso, della tolleranza, che porta i soggetti al bisogno di aumentare progressivamente il comportamento, q il denaro speso e il tempo da dedicare agli acquisti e di astinenza, vere e proprie crisi se non è possibile l’acquisto.
Per uscire dalla dipendenza dallo shopping è necessaria una psicoterapia che aiuti a tenere sotto controllo i comportamenti problematici e li riduca nel tempo fino, nel migliore dei casi, a farli scomparire.

PRIMO COLLOQUIO GRATUITO
CHIAMA ORA
377 53 67 359
Via Giuseppe Saragat, 14 Pomezia

La formazione dell’autostima

Postato il Aggiornato il

download

L’autostima è un concetto molto complesso, ma in generale si può affermare che essa corrisponda in larga linea all’ “orgoglio di sé”.  La base della formazione di una buona autostima  è la consapevolezza che abbiano di noi, che permette di  conoscere i nostri limiti, ma soprattutto le nostre risorse, come l’aspetto fisico, le capacità relazionali e affettive, le nostre abilità e capacità cognitive. Questa consapevolezza è un primo passo, ma non è sufficiente in quanto deve essere accompagnata da una successiva valutazione di tali caratteristiche. Ciò vuol dire valutare quanto riteniamo importanti le “doti”  che abbiamo e quanto riteniamo importanti quelle che non abbiamo. Ad esempio se ritengo fondamentale nella vita essere bella e magra, ma magari sono un po’ in sovrappeso questo non gioverebbe alla mia autostima poiché il mio peso andrebbe contro un mio valore personale. Ne consegue che per avere una buona autostima bisognerebbe sfruttare e valorizzare i nostri punti-forza e i nostri valori/interessi. Per quanto riguarda i punti-deboli, è certamente importante migliorali, se hanno valore per noi, ma non se lo hanno per gli altri.
Oltre quindi alla consapevolezza è necessaria una valutazione delle proprie capacità e dei propri limiti e l’accettazione di entrambi. Questa serie di operazioni mentali in realtà non è cosi semplice e automatica, perché nel normale percorso evolutivo noi non ci conformiamo solo ai nostri valori e interessi, ma spesso accade che siamo influenzati dalle aspettative e dalle pressioni esterne che ci spingono a conformarsi ai desideri degli altri e non ai propri. Il valore della magrezza riportato sopra è l’esempio di come un valore esterno della società possa essere assimilato come un valore interno e se non raggiunto incidere sull’autostima. Se si confondono i valori esterni con quelli interni, è molto improbabile che si riesca ad avere una buona autovalutazione.
L’autostima è importante perché incide su molte arre della vita, in primis nelle relazioni affettive. Chi ha una bassa autostima tenderà infatti a ricercare nell’altro un complemento di sé e no farà all’altro delle richieste affettive adeguate poiché non conosce quali sono i suoi bisogni e valori. Il rischio è che le relazioni di persone con bassa autostima possano essere caratterizzate dalla ricerca di qualcuno che abbia la stessa intenzione, cioè di trovare conferme al proprio essere.
Accade poi  che chi ha una bassa autostima ha delle aspettative negative sulla propria vita, è quindi poco motivato nell’affrontare le esperienze e inevitabilmente va incontro a dei fallimenti peggiorando ancora di più l’idea che ha di sé. Una buona autostima permette invece di essere positivi e realistici rispetto alle aspettative  e di mettere l’impegno necessario per arrivare ad un obiettivo.
Per avere una buona autostima è necessario quindi avere una conoscenza precisa di sé, impegnarsi in ciò che realmente ci interessa e attribuire a noi stessi i nostri successi.

PRIMO COLLOQUIO GRATUITO
CHIAMA ORA
377 53 67 359
Via Giuseppe Saragat, 14 Pomezia

Che cosa sono le fobie?

Postato il Aggiornato il

fobie

Le fobie sono dei disturbi molto diffusi nella popolazione, ma anche molto sottovalutati in quanto i sintomi che essa provoca possono essere facilmente aggirati evitando di venire a contatto con l’oggetto della propria paura. La fobia è infatti una paura sproporzionata, intensa, persistente e duratura per un qualcosa che non rappresenta un reale pericolo, ma viene percepita dalla persona come incontrollabile poiché ad essa si associano ragionamenti “irrazionali”. I soggetti fobici non sanno spiegare la motivazione della loro preoccupazione e non riescono ad essere tranquillizzati da nessuna rassicurazione logica. Le fobie possono avere diversi livelli di gravità e di invalidazione delle normali attività quotidiane, ma i sintomi sono generalmente caratterizzati da  tachicardia, vertigini, disturbi gastrici e urinari, nausea, diarrea, senso di soffocamento, rossore, sudorazione eccessiva, tremito e spossatezza oltre che ai vissuti emotivi di paura e ansia. Questi si manifestano alla vista della cosa temuta o al pensiero di poterla vedere. Ciò comporta che il soggetto fobico tende ad evitare tutte le situazioni nelle quali potrebbe venire a contatto con l’oggetto della sua paura ed è chiaro come questo possa incidere sulla qualità della vita del soggetto. Ad esempio, avere una fobia dell’ascensore non sarà molto invalidante per una persona che vive in una casa in campagna e fa il contadino, mentre può esserlo molto di più per una persona che vive in città e lavora in un ufficio al settimo piano.

Il processo di evitamento delle  situazioni o condizioni che associano alla paura, costituisce un circolo vizioso:  ogni evitamento, infatti, conferma la pericolosità della situazione evitata e l’incapacità del soggetto di affrontarla, aumentando la probabilità di un evitamento successivo. Si crea così un meccanismo che porta a essere sfiduciati nelle proprie capacità e a compromette le relazioni sociali, perché pur di evitare la cosa temuta si è pronti a rinunciare anche ad un’uscita con la famiglia. Ad esempio chi ha la fobia dell’aereo può rinunciare a dei viaggi; chi ha paura degli aghi e delle siringhe può rinunciare a controlli medici.

Le fobie più diffuse riguardano la paura degli spazi aperti,  la paura di esporsi in pubblico (entrambe fortemente invalidanti),  la paura degli animali, la paura di agenti metereologici, del buio, delle altezze, dell’acqua, di sangue, iniezioni, ferite, dei luoghi chiusi o di situazioni specifiche.

Generalmente tutte le fobie sono legate ad esperienze di apprendimento errato involontario, non necessariamente ricordate, per cui l’organismo associa involontariamente la pericolosità a un oggetto o situazione oggettivamente non pericolosa.

È un processo di associazione che avviene tra pensiero e oggetto, mantenuto nel tempo a causa dell’evitamento messo in atto per non provare quella terribile emozione di forte ansia che ne consegue.

PRIMO COLLOQUIO GRATUITO
CHIAMA ORA
377 53 67 359
Via Giuseppe Saragat, 14 Pomezia

Conoscere la nostra motivazione per arrivare al successo

Postato il Aggiornato il

success-479568_640

Cosa ci permette di essere ottime mamme piuttosto che eccellenti professioniste? La risposta stanella motivazione, ossia quel processo di attivazione che ci permette di agire verso un scopo preciso. Tutti noi siamo mossi da Motivazioni piu o meno profonde, ma non è cosi semplice comprenderle poichè al medesimo comportamento possono corrispondere motivazioni sottostanti anche molto differenti.
In generale si può affermare che i nostri comportamenti sono determinati da motivazioni biologiche (di esplorazione, predatorie, di difesa e riproduttive) e da sistemi motivazionali interpersonali che ci permettono di ottenere delle forme specifiche di interazione con l’ambiente che ci circonda e che spiegano il rapporto tra motivazione, emozioni e comportamenti interpersonali. Il sistema dell’attaccamento ad esempio è finalizzato all’ottenimento di aiuto e vicinanza protettiva da parte di un’altra persona individuata come potenzialmente idonea; il sistema dell’accudimento si esplica invece nella volonta di prendersi cura dell’altro; il sistema motivazionale sessuale è finalizzato alla formazione e al mantenimento della coppia sessuale con il valore biologico della riproduzione e del sostentamento della prole. In ultimo troviamo il sitema agonistico che è finalizzato alla definizione dei ruoli di potere e delle gerarchie ed il sistema motivazionale cooperativo che ha come obiettivo il
conseguimento di un obiettivo comune, attraverso l’azione condivisa con gli altri. Comprendere quale sia il nostro sistema motivazionale di base ci consente di dare una spiegazione alle nostre reazioni e ai nostri modi di agire e soprattutto ci permette di arrivare al successo. Questo perchè solo se perseguiamo attività in accordo con il nostro sistema motivazionale, potremo essere soddisfatti e realizzati. Ad esempio le mamme più “brave” probabilmente avranno una forte motivazione all’accudimento, i manager più efficienti saranno più mossi dal sistema agonistico, i giocatori di una squadra di pallavolo avranno una forte tendenza alla cooperazione ecc. Questo non significa che una mamma non può essere cooperativa o che un manager non sa accudire i figli. Significa semplicemente che la loro soddisfazione principale è collegata alla loro motivazione di riferimento. Trovare e comprendere la motivazione personale permette quindi di allontanarsi dalle frustrazioni ed aumentare le soddisfazioni, ottenendo sicuramente ottimi risultati.

La mente parla attraverso il corpo

Postato il Aggiornato il

face-636095_1280

Il nostro cervello è il motore della nostra vita e la sua influenza è determinante non solo su ciò che pensiamo o proviamo, ma anche sulla funzionalità del nostro corpo. Mente e corpo non sono solo in stretta relazione, ma possono considerarsi come un unità inscindibile. La psicosomatica (psiche e soma) è la scienza che si occupa proprio di questo, ovvero di studiare l’espressione a livello corporeo di una sofferenza psichica. È oggi accertato che le emozioni hanno un qualche ruolo nella genesi e nel mantenimento di particolari patologie fisiche. Cosa succede quindi al nostro corpo? Accade spesso che l’esperienza di emozioni negative prolungate o di stress, non sia accompagnata da un’adeguata espressione delle stesse, quindi il nostro sistema nervoso non è in grado di far fronte a questa eccessiva attivazione e il disagio viene espresso a livello del soma. Le emozioni che più facilmente sono veicolate con il corpo sono sicuramente l’ansia e lo stress, ma anche la rabbia.
I disturbi psicosomatici possono coinvolgere diversi apparati. I disturbi dell’apparato gastrointestinale, come la colite spastica, la gastrite, l’iperacidità gastrica o anche stipsi, nausea, vomito e diarrea, sono sicuramente molto diffusi. Poi ci sono le malattie relative alla cute, come la psoriasi, l’acne, la dermatite atopica, il prurito, l’orticaria, la sudorazione profusa. Anche il sitema respratorio può sviluppare malattie psicosomatiche, ad esempio l’asma bronchiale, la sindrome iperventilatoria, la dispnea, il singhiozzo. Altri disturbi frequenti sono l’ipertensione arteriosa, le crisi tachicardiache, la cefalea emicranica o tensiva, i crampi o dolori muscolari, l’artrite, dolori cervicali e alla zona lombare.
Le persone tendenti ad avere disturbi psicosomatici sono caratterizzate da difficoltà ad accettare, vivere ed esprimere le proprie emozioni. Sono persone che raramente usano un linguaggio “emotivo” e che minimizzano il ruolo delle emozioni nella loro vita. In genere sono persone che hanno difficoltà a rilassarsi. Possono sentire un peggioramento dei sintomi fisici, in concomitanza con eventi spiacevoli, anche se molto spesso non ne sono consapevoli e non riescono a cogliere il collegamento. Per queste persone è quindi molto difficile accettare una spiegazione alla causa del loro disturbo, che non sia in senso strettamente medico e quindi è anche difficile fargli comprendere che è necessario un percorso psicoterapeutico e non solo farmacologico. Quindi se non riuscite a curare piccoli malanni con le medicine, provate a pensare a quello che avete appena letto!