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Passeggiate all’aperto contro stress e depressione

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La depressione, come i problemi psicologici legati allo stress, sono in costante aumento nella popolazione. Per questi problemi si utilizzano generalmente i metodi classici, sia per la prevenzione che per la cura, come le psicoterapia e l’utilizzo di farmaci. Un recente studio coordinato dalla dott.ssa Melissa R. Marselle dell’Edge Hill University, in collaborazione con la De Monfort University, l’University of Michigan e il James Hutton Institute, ha invece messo in luce come possano essere ottenuti degli effetti benefici da un’attività semplice come il passeggiare. Lo studio ha infatti analizzato 1.991 partecipanti al programma “Walking for Healt”, che organizza passeggiate settimanali di gruppo nella natura, evidenziando come passeggiare lontani dai centri urbani, a contatto con la natura, sia un aiuto per chi sta attraversando un momento di particolare difficoltà.

La realizzazione di tale attività può costituire un antidoto contro lo stress quotidiano, sia per chi soffre di depressione, che difficilmente ha voglia di svolgere attività fisica, sia per chi si trova a gestire un evento stressante, come la separazione, la morte di un caro o una grave malattia. Le persone che stavano attraversando momenti particolarmente stressanti nella loro vita e che avevano preso parte al programma, hanno affermato di avere un miglioramento dell’umore e quindi di essere più abili nel fronteggiare la situazione in seguito alle passeggiate di gruppo all’aperto È da notare come incidano più fattori nel creare gli effetti “anti-stress”: l’attività fisica, l’ambiente naturale e il gruppo. Infatti oltre alla passeggiata in sè, risultava fondamentale l’interazione sociale che incide sulla salute a livello psico-fisico. Un metodo così semplice, poco costoso e accessibile a tutti potrebbe quindi fare esperire emozioni positive nel quotidiano e aiutare ad affrontare gli stress, migliorando così la qualità di vita ed il benessere degli individui.

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Ansia scolastica: come aiutare i nostri figli

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Per molti bambini e adolescenti l’inizio della scuola, non comporta particolari problemi, ma c’è invece una fetta sempre più ampia di bambini che sperimenta una forte ansia, poiché alla scuola associa un significato negativo.

Perché la scuola crea così tanta ansia?

La scuola dai 3 ai 18 anni è il contesto principale con cui il bambino interagisce, oltre alla famiglia, ed è quindi necessario che lo viva con serenità.

La scuola dovrebbe essere un’esperienza di apprendimento e socializzazione, ma per molti diventa il luogo del giudizio. È proprio a scuola che il bambino comincia a farsi un’idea su sé stesso avendo modo di mettere alla prova le sue capacità intellettive e relazionali, utilizzando soprattutto il confronto con i pari.

Come si manifesta l’ansia scolastica?

Il bambino può assumere un atteggiamento apparentemente capriccioso, si rifiuta di andare a scuola e lamenta costantemente dolori somatici, soprattutto mal di pancia. Queste manifestazioni sono abbastanza simili anche per l’adolescente.

Quali cause?

La società occidentale attuale è molto esigente e pone molte richieste agli individui sin da bambini, dove tutti “devono” essere i più bravi. A questo si aggiungono gli stili familiari caratterizzati da alte aspettative sul rendimento del figlio. Il bambino, o l’adolescente, si sente quindi troppo pressato da richieste esterne, e sviluppa la convinzione che raggiungere prestazioni ottimali sia l’unico modo per essere amato e considerato. È facile quindi intuire quanto un fallimento in una prestazione, quale è l’interrogazione, attivi dei significati molto più profondi. Non bisogna poi dimenticare la predisposizone biologica a sviluppare disturbi d’ansia.

Come agisce l’ansia a scuola?

Le prove attivano diverse paure quali la paura dell’insuccesso e del giudizio negativo. Quando si attiva l’ansia anticipatoria sicuramente la qualità della prestazione sarà peggiore. Questo conferma l’immagine negativa che il soggetto ha di sé e l’effetto non sarà altro che l’aumento l’ansia in un compito successivo, innescando cosi un circolo vizioso.

Come aiutare i nostri figli?

Innanzitutto lodare gli sforzi e non i risultati, rispettare le attitudini naturali ponendo degli obiettivi adeguati e realistici, insegnare ad accettare gli insuccessi e non caricarli di troppi impegni e attività lasciando spazio anche a momenti piacevoli di svago.

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Terapia cognitivo-comportamentale

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La terapia cognitivo-comportamentale è una particolare forma di psicoterapia ritenuta tra le più efficaci per molti disturbi psicopatologici. La sua diffusione negli ultimi decenni è collegata infatti proprio alle moltissime ricerche scientifiche che ne hanno convalidato, più volte e in modo empirico, la validità e l’efficacia nel trattamento della maggior parte delle sintomatologie a carattere psicologico e psichiatrico. A differenza delle terapie più ortodosse, paziente e terapeuta interagiscono attivamente all’interno della relazione terapeutica, sia durante la seduta sia fuori, dove il paziente è spesso invitato a fare i “compiti a casa”.

Il nome di terapia cognitivo-comportamentale deriva di suoi due principali focus di trattamento che sono appunto il comportamento e l’aspetto cognitivo (ossia i pensieri). Il presupposto teorico fondamentale indica i pensieri, i comportamenti e le emozioni come strettamente collegati tra loro e afferma che alla base dei nostri comportamenti problematici e delle nostre emozioni negative, ci sono dei pensieri disfunzionali che devono essere corretti in terapia. Modificando questi pensieri, con particolari tecniche specifiche, è possibile quindi ritrovare dei comportamenti adattivi e liberarsi dagli eccessivi vissuti emotivi negativi.

La terapia può essere svolta sia attraverso sedute individuali, di coppia o familiari ed è particolarmente indicata anche per bambini ed adolescenti.

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Disturbi Specifici di Apprendimento

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Una delle attività principali della vita di ogni bambino è la scuola. In media intorno a 5 anni leggono le prime letterine, ma la fase di acquisizione del processo di lettura inizia con l’ingresso alle scuole elementari e si dovrebbe consolidare nei primi due anni insieme ad alcune abilità di calcolo, di scrittura e di comprensione del testo. In realtà c’è un 3-4% dei bambini che mostra qualche difficoltà in questi ambiti. Sono bambini svogliati, pigri o che non si impegnano? Assolutamente no! Sono bambini che probabilmente hanno un Disturbo Specifico di Apprendimento (DSA).

Che cos’è un DSA?

Innanzitutto, come dice il nome, è un disturbo altamente specifico, cioè circoscritto ad alcune aree. Ciò vuol dire che un bambino con DSA avrà delle difficoltà solo e solamente in un uno degli ambiti sopra descritti, ovvero lettura, scrittura, calcolo e comprensione del testo. Questo non significa che il bambino con DSA non imparerà mai quello che imparano gli altri bambini, ma lo deve fare in un modo diverso, perchè non ha nessun tipo di deficit intellettivo. Con DSA ci si riferisce quindi a quelle difficoltà che forse sono più note come Dislessia, Disortografia, Discalculia, Disgrafia.

Come si riconosce un DSA?

È chiaro che la scuola è il miglior osservatorio per questi disturbi, ma anche i genitori possono fare tanto e imparare ad osservare alcuni aspetti. I bambini con DSA mostrano delle caratteristiche specifiche e il genitore deve fare attenzione a queste. Il bambino dislessico fa una fatica enorme a leggere perchè inverte le lettere, non riconosce alcuni grafemi o non li associa ai suoni giusti, ha difficoltà a sillabare. La lettura così risulta molto lenta poichè deve ripetere più volte la stessa parola e molte volte senza comprenderne il significato, poichè tutta la sua concentrazione è focalizzata sul riuscire a leggere in maniera corretta. Salta spesso le righe o le parole oppure legge una parola al posto di un’altra. In questo modo spesso perde il senso della frase o dell’intero testo. Il bambino discalculico mostra le stesse specifiche difficoltà, ma applicate ai numeri. Quindi cìò che si vede dall’esterno è un estrema lentezza nei calcoli, o al contrario sparare risposte a caso e ovviamente molti errori. Il bambino disgrafico ha difficoltà nella scrittura, quindi scrive in maniera corretta da un punto di vista ortografico, ma in modo incomprensibile (non è solo una brutta grafia!). Al contrario il bambino disortografico può avere una bella grafia, ma compiere moltissimi errori di ortografia. Se si notano queste cose si può effettuare un approfondimento presso uno specialista che farà dei test di valutazione e potrà confermare o meno i dubbi dei genitori.

Cosa comporta un DSA?

Il DSA se non riconosciuto, può portare l’ambiente che circonda il bambino (in particolare la scuola) a pretendere che lui faccia cose che non può fare (non si tratta di mancanza di impegno o di voglia!). Chiedere ad un bambino dislessico di imparare una lezione di storia o di geografia leggendo due pagine è come chiedere ad un qualsiasi persona di leggere l’intera Divina Commedia in un pomeriggio! Chiedere ad un bambino disgrafico e con disortrografia di scrivere un tema è come chiedere a una persona qualunque di dipingere la Cappella Sistina! Voi come vi sentireste se tutto il mondo intorno a voi si aspettasse continuamente che voi faceste cose che non siete in grado di fare? Non credo bene! Infatti questo comporta che il bambino si senta continuamente pressato da richieste a cui lui non può rispondere in maniera adeguata. È evidente come questo possa minare l’autostima del bambino e la fiducia nelle proprie capacità. Il tasso di abbandono scolastico è infatti altissimo! La controparte positiva è che come già detto sopra, sono disturbi specifici e circoscritti, quindi non vanno ad intaccare altre aree, se trattati in tempo.

Che fare allora?

Nel caso sia fatta diagnosi, ci sono una serie di interventi da effettuare. Per aiutare i bambini con DSA si utilizzano oggi i cosiddetti strumenti compensativi e dispensativi. Ossia si trovano dei metodi alternativi a tradizionali metodi di apprendimento (come studiare sui libri) che cercano di aggirare le difficoltà del bambino, promuovendo comunque il suo apprendimento. Ad esempio si possono utilizzare dei computer con dei programmi specifici che facilitano la lettura o la scrittura, creare delle mappe concettuali in modo da ridurre il carico di lettura, utilizzare più immagini oppure la calcolatrice. Questo è quello che dovrebbe essere fatto a scuola e a casa per aiutare il bambino nello studio. In più ci sono dei training eseguiti da psicologi, che servono a migliorare le funzioni in cui il bambino risulta carente. Per i genitori ci sono dei software gratuiti molto utili scaricabili da internet. In questo modo risulta evidente come il bambino si senta aiutato e ottenga dei benefici anche da un punto di vista emotivo, poichè si sente capace come gli altri.

In conclusione riconoscere in tempo, cioè all’inizio della scuola elementare, tali difficoltà aiuta il bambino a darsi una spiegazione e non gli fa perdere la possibilità di imparare come i suoi coetanei.

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