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Le nuove dipendenze: internet

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L’evoluzione e i cambiamenti dell’era contemporanea hanno portato l’introduzione nella vita quotidiana della tecnologia e con sé anche molti cambiamenti a livello socio-culturale. La psicologia dell’essere umano accompagna sempre tali cambiamenti, sviluppando anche nuove patologie. Ogni dipendenza ha un oggetto specifico, ma ciò che le accomuna è  il disturbo del controllo degli impulsi, che significa che uno stato negativo o di tensione è alleviato temporaneamente dall’utilizzo dell’oggetto della dipendenza.
La dipendenza da internet richiede molta attenzione per essere individuata, perché non è l’uso in sé ad essere patologico, ma il significato che assume e le conseguenze che porta. In particolare questa patologia è caratterizzata da diversi sintomi come la preoccupazione costante per internet, la necessità di dedicargli sempre più tempo, ripetuti sforzi di limitarne l’uso, menzogne rispetto al tempo passato al computer e infine comportamento irritabile, umore negativo e ansia quando il suo uso viene limitato. Questi sintomi provocano un deterioramento del funzionamento lavorativo/scolastico e sociale: ciò vuol dire che molte persone tolgono tempo alle aree importanti della vita per dedicarlo a internet, creando delle ripercussioni importanti sulla qualità di essa. Tutta l’attenzione e le energie dell’individuo sono rivolte al suo oggetto di soddisfacimento, mentre il resto passa in secondo piano.
Uno sguardo particolare va agli adolescenti che possono addirittura arrivare al ritiro sociale, in quanto internet può assumere il ruolo di strumento di regolazione delle emozioni negative.  Il rischio è che i ragazzi non imparino ad affrontare e gestire le normali emozioni della vita quotidiana, poiché si abituano ad utilizzare un mediatore nelle relazioni, come i social network,  e aumentano ancora di più la loro insicurezza quando invece il confronto diretto vis-a-vis è necessario. In questo modo non alleneranno mai le loro abilità sociali e continueranno ad utilizzare lo schermo del computer come un “efficiente” meccanismo di evitamento di situazioni che generano ansia sociale. Il web può diventare quindi una sorta di realtà parallela in cui ci si può rifugiare senza rischiare nulla a livello emotivo, dove ci si può creare delle identità parallele e si può essere ciò che si vuole. È chiaro come questo possa produrre effetti negativi di alienazione, incidendo così sul vero processo di costruzione della personalità. Molto frequenti sono anche i problemi del sonno, le variazioni nell’appetito e la perdita della cognizione del tempo.
Si può uscire dalla dipendenza con terapie specifiche che la inquadrano come una strategia maladattiva di risolvere difficoltà emotive, che spesso non vengono neanche riconosciute dallo soggetto dipendente. L’obiettivo è di far sviluppare di strategie più funzionali migliorando l’autostima e modificando la percezione della propria inadeguatezza.

Problemi di coppia: come scelgo il partner?

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Molte volte ci chiediamo il motivo che ci ha portati alla scelta di un partner piuttosto che un altro o non capiamo certe scelte amorose, che regalano più sofferenze che gioie. Per comprendere i complicati meccanismi che stanno alla base delle relazioni adulte bisogna fare riferimento alle prime esperienze di vita in cui si formano schemi che guidano i nostri processi cognitivi; in poche parole percepiamo, ricordiamo e poniamo attenzione solo agli elementi  che ci confermano l’immagine che abbiamo di noi e degli altri per poter attuare le strategie acquisite nell’infanzia per ottenere amore. Selezioniamo, infatti,  le persone che hanno  le stesse caratteristiche che abbiamo sperimentato nell’infanzia,  come la protezione e il prendersi cura.
Nell’attaccamento sicuro, il bambino avrà esperito il riconoscimento de i suoi bisogni, il conforto e la comprensione di una madre sensibile. Non ha paura dell’abbandono in quanto  la madre è una base sicura alla quale può fare ritorno in qualsiasi momento. Da adulto svilupperà  una visone di sé come persona degna di essere amata, sarà  più libero, autonomo e fiducioso. Sarà attivo nelle relazioni ed eviterà fonti di frustrazioni.
Nell’attaccamento ambivalente  avrà esperito una madre imprevedibile, che non rispondeva ai suoi bisogni, sviluppando una sensazione di continuo rischio perché non può prevedere  le reazioni della madre. Il bambino proverà rabbia perché la madre non è un base sicura e si sviluppa la paura di perderla; per mantenere il legame quindi adotterà strategie di esagerazione di emozioni negative e l’inconsolabilità. Diventerà insicuro e ansioso. Si sentirà vulnerabile, il più delle volte non amabile e gli altri saranno visti come inaffidabili. Sospettoso nelle relazioni, geloso e volte morboso, si impegnerà in relazioni con persone inaffidabili che gli confermano i suoi modelli, lasciandolo nella confusione.
Nell’ attaccamento evitante il bambino avrà vissuto con una mamma che rifiutava ogni sua richiesta di affetto o che svalutava le sue emozioni. Impara che deve farcela da solo, sviluppando una falsa autonomia. Le esperienze affettive sono messe in secondo piano rispetto alle performance. Da adulto avrà un’ immagine di sé come non amabile e degli altri come persone da cui non aspettarsi nulla. Si sentirà  inadeguato nel chiedere aiuto e non mostrerà  sentimenti. Il suo atteggiamento distanziante lo porterà ad avere storie brevi e con partner fredde emotivamente, senza richieste affettive particolari e che non colgono i suoi segnali emotivi, perpetuando la stessa esperienza infantile.
Le relazioni infelici, quindi, non vengono troncate perché il bisogno di coerenza e il bisogno di legame, sembrano più forti di tutto il resto.  Sviluppare una consapevolezza del perché si è infelici in una relazione e di quali sono i meccanismi sottostanti che non riescono a far interrompere o far evolvere la relazione, può aiutare a risolvere dei conflitti o delle difficoltà, per recuperare un modo di amare, o di essere amati, che ci renda felici.

Aiuto: mio figlio non dorme!!!

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Molte mamme si trovano a dire o pensare questa frase. Un problema tipico dell’essere genitori nasce proprio dalla  gestione del sonno del bambino e quindi anche del proprio. È molto frequente che i genitori (soprattutto le mamme!) passino notti insonni a cercare di consolare i propri figli da ansie e paure notturne. Ciò provoca nei genitori una forte reazione di stress e di frustrazione, oltre che di stanchezza.

Per riuscire a superare questa difficoltà  una farmacia del Nord Dakota ha avuto un’idea geniale che è riuscita a rasserenare le notti di alcuni bimbi e dei suoi genitori. I bambini non riuscivano a dormire perché avevano paura dei mostri, manifestazione tipica e molto diffusa dei disturbi del sonno in età scolare e prescolare. Il farmacista ingegnoso ha messo appunto uno spray colorato con tanto di etichetta spray contro i mostri e istruzioni per l’uso. I bambini hanno miracolosamente sconfitto i mostri e si sono addormentati, per la gioia dei genitori. I farmacisti hanno quindi saputo sfruttare quello che in psicologia si chiama “effetto placebo” ovvero il solo fatto di credere che qualcosa possa farci stare meglio, può indurre un effetto curativo.

D’altronde per i bambini e ancora più facile che questo effetto si inneschi, i piccoli si fidano delle parole degli adulti –  e costruiscono la realtà in base alle informazioni che provengono da chi rappresenta per loro un punto di riferimento. Questo significa che anche le paure e le ansie vengono percepite, assorbite e poi espresse sotto una forma adatta alla loro età (come gli incubi appunto). L’addormentamento è sempre un momento di separazione sia per la mamma e il papà che per il bambino e può essere fonte di angoscia per entrambi. Proprio per questo motivo deve essere gestito con tranquillità e sicurezza, a volte utilizzando anche un po’ di fantasia, come hanno fatto i farmacisti. È necessario trovare la chiave di lettura del  mondo dei bambini e di leggere con i loro occhi il mondo che li circonda.
Se le difficoltà persistono esistono dei percorsi psicologici molto brevi e mirati che possono aiutare genitori e bambini, dando informazioni e consigli tecnici per superare ogni specifica difficoltà.

I “sintomi” psicologici della gravidanza

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La notizia della gravidanza è spesso un momento sconvolgente per una donna ed inoltre incide moltissimo sulla vita di coppia, che comincia a cambiare dal momento in cui viene appresa questa notizia per poi arrivare alla nascita e a tutto quello che viene dopo. Ci sono inoltre altri cambiamenti importanti, quelli che coinvolgono la mamma stessa: il corpo di una mamma si trasforma e si prepara per accogliere una nuova vita.
Si parla sempre del corpo, ma quello che avviene e è un cambiamento totale che coinvolge anche e soprattutto la mente. Quali cambiamenti coinvolgono il cervello di una mamma? Cosa accade a livello psicologico?
I primi cambiamenti riguardano l’emisfero deputato alle emozioni. Secondo uno studio londinese, il cervello della donna in gravidanza subirebbe dei cambiamenti al fine di sensibilizzare la donna ad un approccio indirizzato alla cura e all’accoglimento del bambino. La ricerca portata avanti dalla British Psychological Society (BPS) afferma che sarebbe l’emisfero destro ad essere interessato da questi cambiamenti. Lo studio ha infatti , osservato e studiato il comportamento e le reazioni di 39 donne, alcune in gravidanza e altre no. In particolare lo studio è stato condotto mostrando foto di adulti e bambini con espressioni negative o positive, a tutte le donne coinvolte. Il cervello delle donne in dolce attesa si è attivato più velocemente di quello delle donne non in attesa e ciò è avvenuto in particolare a fronte di emozioni positive. Le donne in gravidanza sono quindi risultate essere più sensibili e attente ai bisogni dell’Altro.  Il cambiamento che avviene nell’emisfero destro è perfettamente in accordo con ciò che si sa rispetto alla sua funzione: questo, infatti, è deputato sia all’istinto che alla comunicazione gestuale ed emozionale, alla percezione e al problem solving. Quelle appena elencate sono tutte funzioni rivolte verso l’esterno e quindi verso l’altro e necessarie alla relazione di accudimento materno.
Quello che sarebbe interessante chiedersi è cosa succede invece in tutte quelle situazioni di genitorialità non naturale. I ricercatori rispondono che anche una mamma che adotta si trova in una condizione di “attesa”, attende di conoscere la sua bimba o il suo bimbo, si organizza mentalmente o psicologicamente affinché tutto sia più accogliente possibile. Probabilmente si attivano quindi gli stessi “meccanismi psicologici” che consentono alla futura mamma di preparare una condizione di accoglimento per il bambino che arriverà. Sarebbe interessante approfondire se effettivamente anche queste mamme subiscano gli stessi cambiamenti psicologici e rispondere anche ad un altro quesito: e invece al papà cosa succede?

 

Sostegno alla genitorialità

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hands-105455_640Il sostegno alla genitorialità è un intervento molto preciso e circoscritto, rivolto a genitori che si trovano in difficoltà su pochi o molti aspetti che riguardano il loro ruolo. Generalmente ha una durata di 8-10 incontri e deve essere calibrato sulle specifiche richieste dei genitori. Si utilizzano tecniche di parent training, ma è anche e soprattutto rivolto al sostegno emotivo.

Capita spesso che i genitori si sentano sovraccaricati sia a livello emotivo che pratico, e sviluppino in alcuni momenti la sensazione di non farcela. Questo perchè a nessuno viene insegnato a fare il genitore, non c’è una ricetta perfetta. Si può però imparare con l’aiuto di un professionista esperto, quale è lo psicologo, ad utilizzare il metodo educativo e di interazione più adatto per ogni specifico bambino.

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Problematiche adolescenziali

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legs-407196_640L’adolescenza è l’età del cambiamento, caratterizzata da imponenti modificazioni fisiologiche e somatiche, dall’assunzione di un ruolo sociale, da processi di identificazione e da cambiamenti nella struttura cognitiva. Tutto questi cambiamenti così difficili da gestire posso portare allo sviluppo di un qualche disturbo psicologico. Tra i più diffusi in questa età troviamo i disturbi di ansia, la depressione e le condotte patologiche centrate sul corpo (come ad esempio i disturbi alimentari) che si manifestano spesso in maniera associata, e pur non essendo infrequenti nella popolazione adolescenziale sembra difficile la loro precoce individuazione. In particolare i genitori possono avere delle difficoltà a cogliere i segnali di disagio dei propri figli, se non quando diventano evidenti, proprio perchè questa è una fase molto delicata della vita. L’adolescenza è da sempre un momento di passaggio tra l’infanzia e l’età adulta e si caratterizza per la presenza di molti “compiti evolutivi” che il ragazzo deve affrontare per riuscire a gestire al meglio questo passaggio. Il percepirsi “grande” ma allo stesso tempo “piccolo” può portare l’adolescente a sentirsi sempre inadeguato. Sicuramente il compito più impegnativo, che egli deve svolgere, è quello di svincolo dalle figure genitoriali, che dovrebbero accompagnare il figlio in questo passaggio delicato. Il ragazzo ha bisogno infatti di avere momenti di libertà dove può sperimentare le capacità sociali, di pensiero e affettive che maturano in questa età, avendo comunque sempre la sensazione di avere una “base sicura” al quale fare riferimento nei momenti di bisogno.

Altro aspetto caratteristico di questo periodo è la concentrazione sul proprio corpo. Dalla pubertà iniziano infatti cambiamenti vistosi nell’aspetto esteriore e avviene la maturazione sessuale. L’integrazione di queste nuove caratteristiche fisiche adulte può infatti portare a rifiutare il proprio corpo che viene vissuto dal ragazzo come estraneo al sé, portando ad una serie di manifestazioni patologiche tipiche di questa fascia di età.

In questa fase la demarcazione tra comportamento normale e patologico è più controversa che in altre perchè il “tumulto adolescenziale” porta ad una molteplicità di condotte che in altri momenti sarebbero definite devianti, ma che in questa fase potrebbero denotare solo un passaggio. È importante comunque dargli la giusta attenzione e non sottovalutarle.

Molti adolescenti si trovano intrappolati in questa fase di passaggio, manifestando disagi più o meno evidenti o stabili. un supporto psicologico volto ad aiutarli a superare tali momenti, può risultare molto utile e funzionale ad evitare che il disagio si cristallizzi in un disturbo.

Anche i genitori di ragazzi adolescenti molto spesso hanno bisogno di essere sostenuti in questa fase, poichè anche per il genitore stesso il carico emotivo può diventare eccessivo e di difficile gestione. In questi casi si consiglia di effettuare qualche incontro con entrambi i genitori, ove possibile, utilizzando un approccio psicoeducativo e di sostegno dove questi vengono accompagnati ad affrontare il cambiamento del figlio. In questi incontri si danno anche delle nozioni più “informative” in modo che i genitori possano comprendere meglio alcuni comportamenti del figlio senza entrare in conflitto con lui.

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Disturbi Alimentari

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belly-2354_640I disturbi del comportamento alimentare, sono una piaga della nostra cultura occidentale. La focalizzazione sull’aspetto esteriore e il mito della magrezza agiscono come potenti fattori di rischio per chi già ha una fragilità psichica. Per questi e per altri motivi, il genere femminile è più soggetto a tale patologia, anche se negli ultimi anni si è assistito ad un progressivo aumento nella popolazione maschile.
Le cause alla base del disturbo sono varie e agiscono insieme per creare disturbi molto resistenti al trattamento. Questo discorso vale soprattutto per l’Anoressia Nervosa che presenta una sintomatologia molto evidente, poichè risultante dal connubio di sintomi prettamente fisici (come la notevole perdita di peso, la mancanza delle mestruazioni, danneggiamento delle funzionalità normali degli organi interni) e sintomi psichici  (fissazione sul proprio corpo, ossessione del cibo, ossessione del peso, distorsione percettiva-ossia incapacità di vedere la propria magrezza anche in condizioni dove è a rischio la vita-, autostima legata al controllo che si riesce ad esercitare sul cibo e sul peso, perfezionismo, intolleranza alla frustrazione ecc..).

Discorso a parte vale per la Bulimia Nervosa che si manifesta con ricorrenti abbuffate, dove la persona mangia una quantità di cibo spropositata in un arco di tempo relativamente breve e riporta la sensazione di perdita di controllo, come se non riuscisse a smettere di mangiare. A questo in genere seguono forti sensi di colpa e preoccupazione per il possibile aumento di peso che inducono all’utilizzo di condotte di eliminazioni, come uso di lassativi, vomito autoindotto, esercizio fisico eccessivo e qualsiasi attività inappropriata per prevenire l’aumento di peso. A differenza delle persone che soffrono di Anoressia, le persone con Bulimia non vanno incontro ad un calo di peso eccessivo, anzi in genere sono in leggero sovrappeso. In alcuni casi, si può verificare il passaggio da una sintomatologia legata alla Bulimia ad una legata all’ Anoressia e viceversa.

Ultimo disturbo alimentare molto diffuso è il Binge Eating Disorder (Disturbo da alimentazione incontrollata), tipico della società occidentale. Si riconosce per la presenza di abbuffate, ma meno frequenti o comunque meno intense della Bulimia, alle quali però non seguono condotte di eliminazione.

In tutti e tre i casi l’aspetto principale è l’ossessiva focalizzazione sul corpo e sul cibo.

Il trattamento prevede una presa in carico globale, che significa attuare un intervento multidisciplinare e multimodale. Per la cura e la riabilitazione della persona con disturbo del comportamento alimentare è quindi necessario un lavoro coordinato di psichiatri, medici internisti, dietologi o specialisti della nutrizione e psicologi. Lo psicologo opererà con una valutazione della psicopatologia, poi attraverso sedute individuali (terapia cognitivo-comportamentale), ma anche con l’intervento sulla famiglia.
Ad oggi l’intervento più utilizzato e più efficace per questi disturbi è il protocollo di Fairburn.

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Valutazioni cognitive e psicodiagnostiche

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L’attività clinica dello psicologo deve necessariamente iniziare con un’ attenta valutazione della persona che richiede aiuto, sia esso un adulto, un bambino o un adolescente. Per arrivare a comprendere al meglio la persona, lo psicologo utilizza essenzialmente due metodi, che sono il colloquio clinico e la valutazione con i test. Il primo si basa, come si può evincere, sul colloquio con il paziente e sull’osservazione diretta e può dare tantissime informazioni. Non meno importante però è l’utilizzo dei test, che serve a confermare, smentire o ad implementare quello che il clinico ha potuto osservare e comprendere nella persona che ha di fronte. I test servono infatti ad avere una valutazione “oggettiva” di alcuni aspetti che possono riguardare la personalità, la sintomatologia e il livello cognitivo. Tutte queste informazioni servono all’inizio per mettere a punto un intervento clinico su misura per il paziente, ma anche per poter monitorare l’andamento della terapia. Infatti avere la possibilità di ripetere dei test all’inizio, durante e dopo l’intervento clinico ci fa avere una misura dell’utilità e dell’efficacia di questo. I test, nel caso di minori, oltre che al paziente possono essere somministrati anche ai familiari. La scelta dei di quali test e di come e quando utilizzarli è scelta del clinico, che in ogni situazione deve essere in grado di valutare ciò che è necessario e funzionale al benessere del paziente.
In particolare il mio utilizzo dei test è rivolto a:

  • valutazione cognitiva (Quoziente Intellettivo), accompagnata da valutazione del livello adattivo,
  • valutazione della personalità,
  • valutazione psicopatologica,
  • valutazione di disturbi specifici di apprendimento, disturbi specifici di linguaggio, disturbo da deficit di attenzione e iperattività,
  • valutazione di disturbi da tic e disturbo ossessivo-compulsivo
  • valutazione di disturbi d’ansia,
  • valutazione di disturbi dell’umore,
  • valutazione di disturbi del comportamento alimentare (Anoressia Nervosa, Bulimia Nervosa, Binge Eating Disorder),
  • valutazione del disturbo post-traumatico da stress,
  • valutazione dello stress genitoriale.

Le suddette valutazioni possono essere svolte in infanzia, in adolescenza e nell’età adulta.

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Disturbi d’Ansia

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I disturbi d’ansia, sono problematiche in costante aumento nella nostra popolazione e sempre di più le persone si trovano prima o poi a dover fare i conti con qualche sintomo “ansioso”. Si parla di disturbi, e non di disturbo, poichè l’ansia può manifestarsi in varie forme: i più frequenti sono attacchi di panico, fobie e ansia generalizzata.

L’ansia generalizzata si manifesta come una costante preoccupazione eccessiva per ogni singolo evento della vita quotidiana, dove la persona trova estrema difficoltà a controllare tale preoccupazione. Accanto a questo aspetto, che risulta preponderante, possono manifestarsi altri sintomi quali:

  • irrequitezza,
  • irritabilità,
  • facile affaticabilità,
  • difficoltà di concentrazione o vuoti di memoria,
  • tensione muscolare,
  • alterazioni del sonno.

Le manifestazioni somatiche come disturbi gastrointestinali e mal di testa frequenti possono essere la conseguenza di tale disturbo.

Le fobie riguardano invece una paura eccessiva e immotivata verso un oggetto, un luogo, un animale o una persona che limita fortemente la vita dell’individuo, che è costretto ad evitare tutte le situazioni in cui potrebbe esserci la possibilità, anche remota, di venire a contatto con l’ “oggetto”  della fobia.

L’attacco di panico è un periodo di intensa paura o disagio dove, nel giro di pochi minuti, i sintomi raggiungono il picco. In particolare il soggetto può avvertire:

  • palpitazioni,
  • sudorazione elevata,
  • tremori,
  • senso di soffocamento,
  • dolore al petto
  • nausea o disturbi addominali,
  • sensazioni di svenimento,
  • sensazione di perdere il contatto con la realtà e con sè stessi,
  • paura di impazzire,
  •  paura di morire,
  • vampate di calore o brividi.

Questi sintomi si risolvono in pochi minuti, ma la paura che un altro attacco di panico possa ripresentarsi può portare la persona ad evitare tutti i luoghi in cui non può essere soccorsa o ad evitare di uscire da sola.

Per tutti questi disturbi la terapia cognitivo-comportamentale è stata indicata dalla ricerca scientifica come la più efficace e risolutiva.

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Depressione e altri disturbi dell’umore

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I disturbi dell’umore fanno riferimento ad una categoria molto ampia, la cui manifestazione più frequente è la depressione. Tale disturbo, accanto a quelli d’ansia ai quali si associa frequentemente, sta aumentando il suo tasso di incidenza, per cui la sua diffusione risulta sempre maggiore.

La sintomatologia depressiva è caratterizzata da:

  • umore triste e depresso per la maggior parte del giorno, che nei bambini e adolescenti può manifestarsi con irritabilità e addirittura sfociare in aggressività,
  • apatia e mancanza di interessi,
  • aumento o diminuzione dell’appetito con conseguenti variazioni di peso,
  • disturbi del sonno,
  • agitazione o rallentamento psicomotorio,
  • mancanza di energia,
  • difficoltà di concentrazione e indecisione
  • pensieri di morte ricorrenti e pensieri relativi al suicidio.

La persona depressa non necessariamente manifesta tutti questi sintomi, ma quello che bisogna notare è soprattutto la tristezza costante, il non riuscire a trovare delle attività piacevoli, la mancanza di interesse verso qualsiasi cosa. Altro aspetto importante, da notare in particolare in bambini e adolescenti, è la chiusura relazionale. Spesso le persone depresse tendono a stare chiuse dentro casa (o nella cameretta) e a non voler vedere nessuno, prediligono rimanere da soli, il più delle volte senza fare nulla. E’ bene di nuovo ricordare come in età evolutiva si possono trovare manifestazioni anche molto diverse da quelle della depressione adulta, poichè sono frequenti i cosiddetti comportamenti esternalizzanti. La depressione nel bambino e nell’adolescente può manifestarsi, infatti, con agiti aggressivi e problemi della condotta in genere. Le cause della depressione possono essere molte, in ogni caso è comunque necessario l’affidamento ad un professionista, poichè è un disturbo con alti tassi di recidiva e alta probabilità di cronicizzazione. L’intervento tempestivo è in questo caso più necessario che mai.

Disturbi dell’umore meno frequenti, ma non meno importanti sono i disturbi bipolari che sono quei disturbi che alternano i sintomi depressivi a sintomi cosiddetti maniacali o ipomaniacali. Ciò significa che c’è un’alternanza tra periodi di tristezza e depressione, generalmente più lunghi, e periodi dove la persona sperimenta sentimenti di intensa euforia e di energia, che portano a ridotto bisogno di dormire, ad un dialogo accelerato e a volte incomprensibile. Queste persone infatti vivono un accelerazione dei pensieri, quindi passano in continuazione da un’attività ad un’altra o da un discorso ad un altro senza mantenere un filo logico. Vogliono fare tante cose e non ne terminano neanche una. Nelle sue forme più acute può essere molto invalidante perchè la persona, che fino a pochi giorni prima era depressa, si sente in grado e con la voglia di fare qualsiasi cosa, quindi spende molti soldi, può avere comportamenti sessuali inappropriati e mettersi in situazioni pericolose.

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